Miriwe78’s Weblog

Gennaio 8, 2008

In mezzo alle chiacchere…

Archiviato in: Italia — miriwe @ 3:47 pm

 EMERGENZA RIFIUTI IN CAMPANIA

Le cause

Le cause principali alla base dell’emergenza rifiuti in Campania sono individuate nei:

  1. ritardi di pianificazione e di preparazione di discarica idonee, avvenute solo dal 2003
  2. inappropriato trattamento dei rifiuti nei sette impianti di produzione di CDR, gestiti e posseduti da società del Gruppo Impregilo (né il combustibile da rifiuto in uscita rispetta le specifiche che consentanto di bruciarlo in sicurezza in un inceneritore, né la frazione organica è sufficientemente stabilizzata da poter essere utilizzata per ripristini ambientali e quindi viene comunque inviata in discarica).
  3. ritardi nella pianificazione e nella costruzione di inceneritori, dovuti a prescrizioni della magistratura sui progetti in essere e finalizzate ad una maggiore tutela dell’ambiente, ostruzioni ai piani della Regione da parte della popolazioni di alcuni territori e anche da parte della camorra.
  4. ritardi nella pianificazione e nella costruzione di impianti di compostaggio della frazione organica dei rifiuti proveniente da raccolta differenziata.
  5. livelli di raccolta differenziata molto bassi.

La commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha indagato sulle attività illecite ad esso connesse in Campania concludendo che [6]

« La criminalità organizzata di stampo camorristico continua ad intervenire in maniera diretta sui traffici illeciti di rifiuti, lucrando notevoli somme di denaro: si tratta di un’affermazione che ha avuto una corale evidenza nel corso delle audizioni e che quindi va assunta in questa relazione. Del resto, sono stati anche i collaboratori di giustizia a illustrare a questa Commissione lo schema di intervento della camorra, nonché una versione storicizzata dei fatti. La criminalità organizzata si pone come terminale del traffico, nel senso che assicura il territorio ove smaltire illecitamente i rifiuti: può fare ciò perché è la camorra stessa a controllare e gestire ogni metro quadro di ampie aree del territorio campano. In particolare la provincia di Caserta presenta zone controllate manu militari dalla criminalità organizzata, che addirittura organizza staffette per pattugliare le strade e attua attività di controllo sulle macchine non conosciute che transitano per quelle vie. 

CAMORRA – La Iervolino ha affermato poi di non aver dubbi che dietro alla «questione rifiuti» ci sia la camorra: «La gente di Pianura non brucia, non devasta, è povera gente, gente civile. Chi devasta e chi brucia non può essere che la camorra». Sulle responsabilità, prosegue il sindaco, «la situazione non è così semplice, non si tratta di cercare un capro espiatorio: ci sono stati vari ritardi e poi siamo vittime di un fondamentalismo ambientale un po’ folle: no alle discariche, no ai termovalorizzatori, no a tutto, ma alla fine i rifiuti da qualche parte devono andare».

«La maggior parte dei roghi – spiega Alessandro Iacuelli, giornalista e autore di Le vie infinite dei rifiuti – non ha niente a che vedere con la crisi delle discariche. Non si tratta di immondizia lasciata là, che per esasperazione qualcuno decide di eliminare. Quei fuochi fanno parte di un enorme business per lo smaltimento di sostanze tossiche». Paradossalmente, le montagne di spazzatura ordinaria che invadono le città campane, gli accatastamenti maleodoranti su cui scorrazzano topi e si avventano uccelli, sono soltanto la punta dell’iceberg dell’emergenza. Poiché la maggior parte delle attività illecite, i reati più gravi per il territorio, derivano dallo smaltimento illegale di rifiuti industriali.

A fronte degli 800 milioni di euro guadagnati ogni anno approfittando della paralisi di inceneritori e discariche, infatti, il giro d’affari che coinvolge sostanze il più delle volte pericolosissime raggiunge 6 miliardi di euro. Una cifra da capogiro. «Il punto – spiega Maria Cristina Ribera, magistrato incaricato di ecomafia alla procura di Napoli – è che i costi di smaltimento sono troppo alti. Gli imprenditori del nord, così, invece di pagare società autorizzate, si rivolgono alla camorra che per quattro soldi versa i materiali nel terreno senza alcun controllo, arricchendosi con un business inesauribile, poiché necessario al nostro sistema industriale».

I metodi sono tanti: i rifiuti solidi, polveri, metalli pesanti, amianto o scarti di fonderia vengono gettati in migliaia di piccole discariche abusive nelle campagne, in case abbandonate o sotto i ponti; i liquidi vengono immessi nelle fognature, distribuiti sui terreni, oppure sotterrati in grandi barili che lasceranno disperdere il proprio contenuto nella terra fino a pregiudicare falde, campi e raccolti; quanto agli infiammabili, vengono gettati su cumuli di stracci o di pneumatici per evitare l’esplosione e per essere consumati dalle centinaia di falò che illuminano la notte. In alcune discariche, poi, le sostanze tossiche vengono mischiate ai rifiuti, come è successo a Lo Uttaro, dove idrocarburi, manganese e floruri sono penetrati nel terreno, inquinando le falde acquifere.

«Nella regione compresa tra Acerra, Nola e Caserta – afferma Iacuelli – nella zona che nel 2004 la rivista americana The Lancet Oncology qualificò come “triangolo della morte”, i clan controllano militarmente un vastissimo territorio, ridotto ormai ad una discarica a cielo aperto». La camorra segue sempre lo stesso principio: ottimizzazione dei guadagni e utilizzo totale delle risorse, fino a esaurimento. Anche di quelle umane. «Visto l’elevato transito di camion – continua il giornalista – qualcuno intuì che la zona era ideale per lo sfruttamento della prostituzione». Dopo un accordo con la mafia nigeriana, così, migliaia di giovani sono state sistemate ad ogni incrocio, perché i camionisti restituiscano parte dello stipendio ai clan per cui lavorano. Schiave che sono anche sentinelle pronte a dare un colpo di telefono nel caso la polizia si trovi a passare.

Il risultato è sordido e non privo di risvolti paradossali. Anche quando qualcuno si serve di loro, queste donne non possono allontanarsi dall’incrocio che controllano e vengono usate vicino alla strada – coperte appena dall’ombra di un cespuglio – con l’occhio sempre attento a quello che succede intorno. Senza imbarazzo da parte del cliente, che ne approfitta malgrado il via vai delle auto. Ognuna di esse, poi, dovendo proteggere una discarica, ne dichiara la presenza: basta imboccare una delle strade sterrate che partono dal punto che controllano, infatti, per incappare su un mucchio di rifiuti, amianto, detriti ma anche pneumatici accatastati o balle di vestiti pronte per essere sciolte sotto il peso di infiammabili tossici. «Nei dintorni di Acerra – spiega Iacuelli – le prostitute dichiarano la presenza militare dei clan. Una spartizione del territorio visibile anche da alcuni oggetti che ricorrono nelle discariche». In alcune zone è una poltrona. In altre un frigo o un altro elettrodomestico.
Un paesaggio cifrato

La tipologia del rifiuto indica il gruppo che controlla la discarica. Quando è in piedi significa che si può scaricare, non c’è pericolo. Se è reclinato, invece, non è il momento. Una volta accessibile la simbologia, il paesaggio si rivela come un testo cifrato che offre i meccanismi di un mostruoso depredamento. Nei pressi di Caivano, una prostituta davanti a un casolare in rovina fa da sentinella all’ingresso di una strada di campagna. Più avanti, si incontra una pira di pneumatici su cui è stata posta un’auto che aspetta di essere sfigurata. Proseguendo, la strada diventa uno spiazzo con rifiuti. Qui, un frigo steso a terra indica che non si può scaricare. Più avanti, dietro un cespuglio, una buca nel terreno permette di accedere a una botola.

Sotto la botola l’imbocco di un grande serbatoio interrato e pieno di liquami. Ancora più avanti, un frigo in piedi annuncia una discarica attiva da cui si levano fiamme e fumi tossici. Proseguendo ancora, si sbuca in via Scotti, strada periferica che inizia con la scuola elementare del paese.
Le rilevazioni dell’Arpac, l’agenzia regionale per l’ambiente, sebbene scarse, sono sufficienti a lanciare l’allarme.

Malgrado la regione sia prevalentemente agricola, sostanze cancerogene derivanti da processi industriali sono sparse ovunque, e sono entrate progressivamente nella catena alimentare: sali di ammonio, idrocarburi, materiali radioattivi provenienti da rifiuti speciali ospedalieri, sali di alluminio e piombo, diossina a livelli dieci volte superiori a quelli di Seveso ma anche residui di migliaia di copertoni dati alle fiamme. Tutte sostanze pericolosissime che finiscono nei terreni, nelle falde acquifere, nell’erba, negli animali (bufale e pecore) e – alla fine della catena – nell’organismo degli esseri umani.

Il vero problema, accusano le associazioni, è che in mancanza di prospettive di lavoro gli abitanti partecipano attivamente o passivamente alla depredazione del territorio. «L’assenza delle istituzioni – spiega Iacuelli – è indubbia. Pensi che ci sono tre guardie forestali su un territorio immenso e devastato. Ma questo non basta a spiegare tutto. A chiarimento, valga il fatto che la camorra non è una realtà astratta bensì l’intreccio ordinario di favori e interessi. È il contadino che riceve un po’ di soldi da qualcuno per versare materiali nella sua piantagione di patate. Il sindaco che ha permesso al cugino di riempire la sua discarica ormai esangue di immondizia». È un sistema di potere alternativo e talvolta consustanziale a quello dello stato che si tiene in piedi grazie a persone concrete. Un sistema generato da una società clanica e familistica che antepone la legge naturale a quella positiva ed è perciò contraddittoria ai concetti di bene collettivo e di cosa pubblica. Qualcosa, però, sta lentamente cambiando. Non perché si stia diffondendo un maggior rispetto per la legalità ma perché, dopo anni di esposizione a queste sostanze, in molti, moltissimi cominciano a morire.

«Stando a dati in nostro possesso, confermati da rilevamenti dell’Oms – afferma Antonio Marfella, tossicologo all’istituto Pascale di Napoli – in queste zone la percentuale di alcuni tumori raggiunge il 30%, oltre il doppio della media nazionale. Nella tragedia – continua – questi tumori sono la nostra unica speranza». Secondo i dati più recenti, infatti, la camorra, vedendo crescere il malcontento della popolazione e timorosa di perdere il controllo del territorio, starebbe utilizzando il porto di Napoli per spedire rifiuti tossici in Africa e in Cina, con una progressiva diminuzione dei reati contro l’ambiente. Un epilogo possibile che in realtà sposterebbe soltanto più in là la frontiera degli abusi necessari al buon rendimento del sistema industriale. «Si rende conto? – ragiona Marfella con amarezza – Se ci salveremo, è perché saranno altri a morire al nostro posto».

http://www.peacelink.it/ecologia/a/24334.html

Non si risolve il problema rifiuti con la repressione della popolazione, ma affrontandolo sotto un duplice aspetto. Il primo è la camorra, che da oltre due decenni ha capito che munnezza è uguale a ricchezza, riciclando nel territorio campano i rifiuti tossici delle lavorazioni del nord Italia. Prima il triangolo delle morte era concentrato nei territori di Nola, Acerra e Marigliano, ora si sono spostati nella cosiddetta «Terra dei fuochi», cioè Giugliano, Cardito, Caivano e Marigliano, dove bruciano incessantemente rifiuti di ogni genere, rendendo l’area casertana una terra malsana per la salute, tra diossina, metalli pesanti e microparticolati che infestano latte e verdura, rovinando persino un’industria fiorente come quella casearia.
L’altra faccia del problema si chiama invece istituzioni, che hanno scelto di fare dello smaltimento dei rifiuti un business selvaggio in mano alle lobby economiche private. Solo così si spiegano 14 anni di emergenza continua senza mai arrivare a una soluzione seria, con circa 2 mila miliardi di vecchie lire spesi per produrre 6 milioni di tonnellate di ecoballe, che sono più che altro una balla perché di «eco» non hanno nulla. Bruciate o seppellite finiscono per rovinare territorio e salute.
L’unica via di uscita è la raccolta differenziata casa per casa, il riutilizzo dei rifiuti e l’adozione di tutti gli strumenti possibili per una campagna di informazione che educhi al consumo responsabile. Nella liberista america, a San Francisco, viene recuperato il 73% dell’immondizia. Se l’obiezione è che qui non c’è la cultura allora rispondo che in 14 anni e con tutti i soldi che hanno sperperato avremmo già avuto dei cittadini responsabili, se qualcuno si fosse preoccupato di questo. Quello che serve è un paese che investa in un modello radicalmente diverso, che disincentivi l’utilizzo della plastica, degli imballaggi inquinanti, dell’usa e getta, invece utilizziamo i soldi del Cip 6 inseriti nelle bollette che paghiamo all’Enel per finanziare inceneritori anziché fonti rinnovabili, con un impianto enorme come quello di Acerra che ci costa 254 milioni di euro.

Alex Zanotelli

Conseguenze sanitarie

Nel 2004 la Protezione Civile ha commissionato uno studio scientifico sulle conseguenze sanitari della mancata gestione dei rifiuti in Campania ad un team di specialisti delle seguenti organizzazioni regionali, nazionali ed internazionali [2] [3]:

L’analisi dei dati epidemiologici raccolti tra il 1995 al 2002 hanno consentito ai ricercatori di mettere in correlazione diretta i problemi osservati sulla salute pubblica con la mancata gestione del ciclo dei rifiuti urbani e con la presenza di discariche abusive, gestite dalla criminalità organizzata, dove sono stati sversati enormi quantitativi di rifiuti industriali, provenienti presumibilmente dall’Italia settentrionale e dall’Estero. In particolare è stato misurato in

  • +9% l’aumento della mortalità maschile
  • +12% l’aumento della mortalità femminile
  • +84% l’aumento dei tumori al polmone e al fegato, linfomi e sarcomi, malformazioni congenite

Le soluzioni tampone fin qui adottate

  1. trasferimento dei rifiuti fuori dalla regione, sia in Italia che all’estero (Germania)
  2. apertura di discariche, anche in deroga alle leggi vigenti

Il costo

L’export verso la Germania costa 215€ per tonnellata equivalenti nel 2007 a 400mila € al giorno, metà dei quali per il trasporto. Ciononostante il prezzo è competitivo rispetto al loro smaltimento in Italia o nella stessa Campania dove costa da un minimo di 290€ euro a tonnellata fino ad oltre 1.000 euro (120€ per farne ecobale, 20€ per il trasporto, 150€ l’anno per lo stoccaggio provvisorio che in alcuni casi ormai va avanti da un decennio).

L’impossibilità di costruire inceneritori e termovalorizzatori in Campania nonostante l’insistente disponibilità di città come Salerno ha portato alcune aziende italiane e straniere a proporsi per smaltire tutti i rifiuti prodotti: la bresciana Asm, la francese Veolia, la spagnola Abertis e la tedesca Remondis.

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