E’ dal 1716 e, ancor prima, delle sue antiche fonti che se vuoi dichiarare il tuo amore infinito, l’unico fiore all’altezza del compito è la rosa. Petali, composti e derivati conoscono il loro massimo picco di vendita, anche nel nostro Paese proprio nei giorni di San Valentino, con una spesa complessiva che ha sfiorato i 50 milioni di euro. Chi fa parlare il suo cuore con i fiori fa girare anche un bel po’ l’economia nostrana: secondo l’ultimo censimento dell’agricoltura riportato da Coldiretti in Italia risultano attive 3.181 aziende florovivaistiche per una specie coltivata di 38.541 ettari.Nell’ultimo anno, però, anche l’Italia ha comprato più fiori dall’estero:le rose dal Kenia ma anche da numerosi Paesi in via di sviluppo come Thailandia, Brasile Perù e Colombia. A tenere le fila della produzione, soprattutto in America Latina, sono le solite, note corporations come, ad esempio, la Dole.Alcuni amori vivono solo un giorno, come le rose, suggeriscono i cantautori. Ed è per l’effimera bellezza dei fiori d’amore che nelle settimane che precedono immediatamente grandi feste come quella di San Valentino i lavoratori nelle piantagioni dei Paesi più poveri conoscono giornate d’inferno. “Lavoriamo più di 20 ore al giorno – racconta Olga Alicia Titillo, segretario generale del sindacato di settore a Rosas del Ecuador, in Cayambe, e da 22 anni al lavoro tra gambi e petali per mantenere i suoi 5 figli. Arriviamo nelle piantagioni alle 7 di mattina e lì restiamo fino a dopo le tre della mattina seguente, dormendo il più delle volte in terra per quelle poche ore che rimangono”E dopo il picco di produzione, la maggior parte dei braccianti viene licenziata, e deve lottare per farsi dare fino all’ultimo centesimo, visto che i caporali tendono a liquidare “a occhio”, ma tenendo ben fisso lo sguardo sul proprio portafogli.Nelle 300 imprese florivivaistiche attive in Equador solo 4 risultavano avere attività sindacale: “La gente si spaventa a darsi da fare – continua Olga – perché ti mettono nelle liste nere e dio solo sa che ti può succedere. Anch’io ci sono finita, dopo aver promosso iuno sciopero contro un padrone che si era “abbuonato” 7 mesi di salario”. L’Organizzazione mondiale del lavoro stima che il 20% dei lavoratori dei fiori in Ecuador siano Bambini, percentuale che cresce vertiginosamente nei paesi asiatici, mentre 2 braccianti su tre in quasi tutti i Paesi monitorati in questo settore sono donne.Essere una donna, e non un fiore, però è un problema visto che oltre a frequenti molestie sul lavoro in America Latina, ad esempio, sui decorativi vegetali vengono spruzzati più di cento pesticidi, molti dei quali proibiti negli Usa ma soprattutto in Europa, che oltre a farti vomitare e grattare al momento possono causare danni permanenti come cecità, malattie epatiche e sterilità.In Colombia ad esempio la florivivaistica è considerata una importante alternativa alla coltivazione della Coca, lavorano tantissimi bambini che guadagnano appena 66mila pesos al mese ( circa 23 euro) per giornate che durano fino a 15 ore al giorno.Una delle leader del Kenya Women Workers, Kathini Caines, racconta sul proprio paese, da dove arrivano la maggior parte dei fiori destinati al mercato europeo, parlano di casi frequenti di molestie sessuali, di negazione dei congedi di maternità, di braccianti stipati l’uno sull’altra nelle settimane clou per pochi spiccioli al giorno.Anita Gacheri, ad esempio, aveva 24 anni quando nel 2000 è diventata cieca: i suoi occhi avevano cominciato a prudere e lacrimare dopo essere stati esposti senza protezioni all’ennesimo spargimento di pesticidi nella serra in cui lavorava. Quando Anita ha portato ai suoi padroni la diagnosi di cecità, questi prima l’hanno ignorata, poi licenziata, mettendole in mano, per levarsela di torno, meno di 47 euro tra paga e liquidazione. Un bel mazzo di fiori, di quelli per i grandi amori, costa molto ma molto di più. ( tratto dall’articolo di Monica Di Sisto – Liberazione di domenica 11/2/2007)
Febbraio 13, 2008
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