ThyssenKrupp, la prima volta
Loris Campetti
Omicidio volontario con dolo eventuale e incendio con dolo eventuale. Per la prima volta in Italia a un dirigente industriale, al termine di un’inchiesta su una strage provocata dalla mancata applicazione delle norme sulla sicurezza, viene contestato questo gravissimo reato. È successo a Torino dove il sostituto procuratore Raffaele Guariniello ha concluso l’inchiesta sulla strage della ThyssenKrupp in cui sono morti bruciati sette operai. «Colpevole» è l’amministratore delegato Harald Espenhahan.
Sapevano che la fabbrica di Torino era una polveriera. Sapevano che le norme di sicurezza non erano rispettate. Ma i dirigenti della ThyssenKrupp italiana sapevano anche che quella fabbrica andata in fumo il 6 dicembre insieme a sette dei suoi operai, l’avrebbero chiusa nel giro di pochi mesi, dunque perché buttare i soldi per salvaguardare gli impianti e, soprattutto i lavoratori? Del resto, la filosofia della ThyssenKrupp è chiara: massima sicurezza nelle fabbriche tedesche, accettabile in quella di Terni e decisamente scarsa a Torino. Lo stesso incidente non crea problemi in Germania, viene arginato a Terni con qualche operaio ferito, uccide a Torino. Meglio non chiedersi in quali condizioni lavorino gli operai cinesi del colosso dell’acciaio tedesco.
È il bello della globalizzazione selvaggia, dove l’Italia è collocata un gradino più in giù della Germania e un po’ sopra la Cina. Del resto, gli imprenditori italiani non sono più virtuosi di quelli tedeschi quando operano nei paesi collocati sotto il nostro nel grafico della globalizzazione neoliberista. Sapevano tutte queste cose, l’amministratore delegato Harald Espenhahan e cinque dei suoi dirigenti, quando decisero di rischiare un incidente che avrebbe potuto bruciare vite umane, evidentemente considerate residui destinati comunque alla fuoriuscita dal ciclo dell’acciaio. Purtroppo, dentro quel ciclo ci sono rimasti per sempre. Agli altri imputati è contestato l’omicidio colposo con colpa cosciente e per tutti omissione dolosa di cautele anti-infortunistiche aggravata. Quel che non avevano messo in conto i dirigenti della ThyssenKrupp è che, purtroppo per loro, Torino è una delle poche città italiane in cui la Procura della Repubblica persegue fino in fondo i reati commessi sul luogo di lavoro, apre inchieste – e questo lo fanno in molte altre procure – e le porta a compimento individuando reati e colpevoli – e questa, purtroppo per tutti, è una rarità.
Raffaele Guariniello non ha perso tempo e in appena due mesi e mezzo ha concluso le indagini a tappeto individuando le gravissime responsabilità del gruppo dirigente del gigante tedesco nella strage. L’amministratore delegato sapeva, ha fatto le sue scelte che se confermate non potranno che chiamarsi criminali. L’imputazione di omicidio volontario per un reato consumato sul lavoro non ha precedenti.
Sapevano che la fabbrica di Torino era una polveriera. Sapevano che le norme di sicurezza non erano rispettate. Ma i dirigenti della ThyssenKrupp italiana sapevano anche che quella fabbrica andata in fumo il 6 dicembre insieme a sette dei suoi operai, l’avrebbero chiusa nel giro di pochi mesi, dunque perché buttare i soldi per salvaguardare gli impianti e, soprattutto i lavoratori? Del resto, la filosofia della ThyssenKrupp è chiara: massima sicurezza nelle fabbriche tedesche, accettabile in quella di Terni e decisamente scarsa a Torino. Lo stesso incidente non crea problemi in Germania, viene arginato a Terni con qualche operaio ferito, uccide a Torino. Meglio non chiedersi in quali condizioni lavorino gli operai cinesi del colosso dell’acciaio tedesco.
È il bello della globalizzazione selvaggia, dove l’Italia è collocata un gradino più in giù della Germania e un po’ sopra la Cina. Del resto, gli imprenditori italiani non sono più virtuosi di quelli tedeschi quando operano nei paesi collocati sotto il nostro nel grafico della globalizzazione neoliberista. Sapevano tutte queste cose, l’amministratore delegato Harald Espenhahan e cinque dei suoi dirigenti, quando decisero di rischiare un incidente che avrebbe potuto bruciare vite umane, evidentemente considerate residui destinati comunque alla fuoriuscita dal ciclo dell’acciaio. Purtroppo, dentro quel ciclo ci sono rimasti per sempre. Agli altri imputati è contestato l’omicidio colposo con colpa cosciente e per tutti omissione dolosa di cautele anti-infortunistiche aggravata. Quel che non avevano messo in conto i dirigenti della ThyssenKrupp è che, purtroppo per loro, Torino è una delle poche città italiane in cui la Procura della Repubblica persegue fino in fondo i reati commessi sul luogo di lavoro, apre inchieste – e questo lo fanno in molte altre procure – e le porta a compimento individuando reati e colpevoli – e questa, purtroppo per tutti, è una rarità.
Raffaele Guariniello non ha perso tempo e in appena due mesi e mezzo ha concluso le indagini a tappeto individuando le gravissime responsabilità del gruppo dirigente del gigante tedesco nella strage. L’amministratore delegato sapeva, ha fatto le sue scelte che se confermate non potranno che chiamarsi criminali. L’imputazione di omicidio volontario per un reato consumato sul lavoro non ha precedenti.
Ci dice che sette operai sono stati uccisi, e che gli assassini sono stati individuati.