da Nigrizia, spettacolare intervista di alcuni anni fa..
Aprile 24, 2008
Aprile 8, 2008
DIETRICH BONHOEFFER 9/4/45-9/4/08
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il 9 aprile 1945
DIETRICH BONHOEFFER
è stato impiccato nel campo di concentramento di Flossebürg.
Messo a lato dalle burocrazie religiose
eccovi alcuni dei suoi tanti pensieri che condivido
“Essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo, fare qualcosa di se stessi (un peccatore, un penitente o un santo) in base ad una certa metodica, ma significa essere uomini. Cristo crea in noi non un tipo d’uomo, ma un uomo. Non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo”
“Si ha l’impressione che la stupidità non sia un difetto congenito, ma piuttosto che in determinate circostanze gli uomini vengano resi stupidi, ovvero si lascino rendere tali. Osservando meglio si nota che qualsiasi ostentazione di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l’istupidimento di una gran parte degli uomini. La potenza dell’ uno richiede la stupidità degli altri“.
“Coloro che sono stati spinti nell’abisso della miseria umana, abbassati e umiliati, devono essere innalzati. L’affamato ha bisogno di pane, il derelitto di una casa, chi è stato calpestato ha bisogno di giustizia, il solitario di compagnia, l’indisciplinato di ordine, lo schiavo di libertà. Sarebbe un’offesa contro Dio e contro il prossimo lasciare l’affamato alla sua fame, dicendo che Dio è particolarmente vicino ai bisognosi”.
“Non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prendere parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo”
(da lettera di Bonhoeffer a Bethge, 18 luglio 1944).
“Una spiritualità centrata sul mistero della storicizzazione di Dio che non riconosce a nessuno l’autorità di imprigionare il messaggio cristiano né in un’istituzione, come vorrebbe la gerarchia cattolica, né in un testo, come vorrebbe il fondamentalismo protestante”.
Coloro che sono stati spinti nell’abisso della miseria umana, abbassati e umiliati, devono essere innalzati. Ci sono fra gli uomini abissi di servaggio, di povertà e di ignoranza che impediscono la venuta misericordiosa di Cristo. Il dovere di preparare la via costituisce un compito di altissima responsabilità. L’affamato ha bisogno di pane, il derelitto di una casa, chi è stato calpestato ha bisogno di giustizia, il solitario di compagnia, l’indisciplinato di ordine, lo schiavo di libertà. Sarebbe un’offesa contro Dio e contro il prossimo lasciare l’affamato alla sua fame, dicendo che Dio è particolarmente vicino ai bisognosi
“Si ha l’impressione che la stupidità non sia un difetto congenito, ma piuttosto che in determinate circostanze gli uomini vengano resi stupidi, ovvero si lascino rendere tali. Osservando meglio si nota che qualsiasi ostentazione di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l’istupidimento di una gran parte degli uomini. La potenza dell’ uno richiede la stupidità degli altri”.
Ad un detenuto italiano che gli chiedeva come lui, cristiano e pastore, potesse prender parte ad un complotto che cercava la morte di Hitler, Bonhoeffer rispose: “Quando un pazzo lancia la sua auto sul marciapiede, io non posso, come pastore, contentarmi di sotterrare i morti e consolare le famiglie. Io devo, se mi trovo in quel posto, saltare e strappare il conducente al suo volante.”
Essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo, fare qualcosa di se stessi (un peccatore, un penitente o un santo) in base ad una certa metodica, ma significa essere uomini. Cristo crea in noi non un tipo d’uomo, ma un uomo. Non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo.
( Bonhoeffer, “Resistenza e resa”)
“ Il tempo della religione come potere è ormai giunto alla fine, resta quello dell’interiorità, della coscienza. La mia diffidenza e la mia paura nei confronti della religiosità sono diventate qui più grandi che mai”
«La vita cristiana è partecipazione all’incontro di Cristo con il mondo».
Già Dietrich Bonhoeffer aveva posto il problema della fede nel tempo della sciagura nazista. Oggi – diceva Bonhoeffer – urge una fede matura, che sappia vivere “etsi deus non daretur”, come se Dio non ci fosse. E questa fede in Dio è l’azione incondizionata per l’altro uomo. Esistere-per-gli-altri: è la dimensione della fede nel nostro tempo.
Aprile 7, 2008
Martin e Obama: 40 anni dopo
Come tutti gli esseri scomodi, King andava prima ammazzato, compianto con un lutto nazionale, decorato con medaglie postume al valor civile, celebrato come strenuo martire per la libertà, indi musealizzato, e infine ridotto a innocua icona. La prima pietra del suo Memoriale con un scultura di Lei Yixin è stata posta nel 2006 a Washington dove nel 1963 tenne il famoso discorso in cui diceva «Ho un sogno» (I have a dream), frase citata così tante volte a proposito e a sproposito dai più disparati politici europei, da indurci all’oniromanzia comparata; mentre quasi nessuno ricorda la critica che Malcolm X rivolse a questo «sogno» di armonia razziale, quando definì la Marcia di Washington la «Farsa di Wahington».
Non c’è ghetto nero negli Usa che non sia traversato da un Martin Luther King Drive. Quegli stessi ghetti neri che non cessano di ricordarci come il sogno di King sia tuttora solo un sogno, a 40 anni dal suo omicidio: negli Stati uniti, rispetto ai bianchi, ancora adesso la vita media dei neri è sei anni più breve, la mortalità infantile è tripla, la probabilità di essere vittime di un omicidio è sei volte più alta. La percentuale di neri sotto la soglia della povertà è il triplo dei quella dei bianchi, mentre il reddito medio delle famiglie nere è un 35% più basso. Per non parlare dell’incarcerazione, che negli Stati uniti vede in atto il più grande «internamento razziale» della storia.
I neri sono solo il 12,5% della popolazione, ma quasi la metà dei detenuti. Un giovane maschio di un ghetto nero ha la certezza statistica di finire in galera almeno una volta nella sua vita. Anche la desegregazione sembra destinata a rimanere un sogno, se è vero che, grazie ad alcune recenti sentenze della Corte suprema, in tutte le città degli Stati uniti è in corso un processo di accelerata risegregazione razziale delle scuole (tema cui il Christian Science Monitor ha di recente dedicato una copertina). Di decennale in decennale, la rituale celebrazione degli anniversari a cifra tonda ha perciò una funzione insieme assolutoria e disinnescante. Come Ernesto Che Guevara è assurto a icona universale quando il termine «rivoluzione» è diventato una parolaccia, così onorare Martin Luther King è un artifizio della retorica collettiva per rimuovere il problema della superiorità bianca e cullarsi nella convinzione che negli Stati uniti si sia ormai richiusa la piaga razzista: un po’ come in India i benpensanti sostengono che le caste «sono un problema del passato». Quest’anno la compunta ipocrisia dell’anniversario è accentuata dalla concomitanza con l’accesa competizione in campo democratico per le primarie presidenziali e la folgorante ascesa di Barack Obama, Con balzani paragoni tra i due personaggi – e il nemmeno tanto sotterraneo auspicio, da parte di tanti razzisti di qua e di là dell’Atlantico, di vedere l’ascesa del senatore dell’Illinois terminare in un simile sanguinoso epilogo. L’ascesa di Obama sarebbe la dimostrazione vivente che il sogno di King si è avverato, che la vergogna del razzismo è ormai alle spalle e che gli Usa sono pronti per un presidente nero. In realtà il paese può restare benissimo razzista anche con un presidente nero, tanto più se una delle ragioni principali per cui molti americani bianchi votano Obama è che è «il primo nero che non li fa sentire colpevoli di essere bianchi». Obama fa parte di una ristretta, ma consistente borghesia nera che ha già espresso i Colin Powell e le Condoleezza Rice, una minoranza che si apre un varco nell’élite statunitense mentre statisticamente le sorti della comunità nera rimangono stazionarie, quando non si aggravano. Ma soprattutto, Martin Luther King era il portavoce dei neri, mentre Barack Obama fa di tutto per essere un candidato nero sì, ma «postrazziale» e soprattutto non «candidato dei neri». Senza contare altre differenze sostanziali: quelle del messaggio politico innanzitutto. Luther King si rivolterebbe nella tomba a sentire Obama parlare degli eccessi delle «discriminazioni positive» e delle sofferenze che a causa di esse hanno subito i bianchi. Per Obama il dramma della povertà negli Stati uniti non è così tragico e urgente come per King. D’altronde, un nero non avrebbe nessuna possibilità di essere eletto presidente degli Stati uniti se non si presentasse come moderato, centrista, anzi un po’ conservatore. La differenza del messaggio si articola in una totale diversità dell’azione politica. Mai Obama sarebbe finito in carcere per una manifestazione. E qui va chiarito un malinteso che in Italia si è diffuso, grazie al – magari involontario – contributo di Rifondazione Comunista, e cioè che la politica della non violenza sia non violenta, sia non conflittuale, dolcetta e in scarpette da sera. In realtà il nome originario della politica della non violenza era «disobbedienza civile» e comportava prigionie, arresti, linciaggi e morti per chi la praticava: basti ricordare, a proposito del Mahatma Gandhi, che la famosa Marcia del Sale fu repressa dagli inglesi nel 1930 incarcerando 80.000 persone; o che il momento culminante della lotta per i diritti civili di Luther King avvenne a Selma, in Alabama, in una domenica del 1965 che non a caso fu chiamata «Bloody Sunday». Insomma, non violenza non vuol dire essere innocui e imbelli. Marco d’Eramo
Febbraio 18, 2008
AFRICA, CARDINALE PENGO: INGIUSTIZIE GLOBALI NEI CONFRONTI DEL CONTINENTE
| AFRICA 16/2/2008 |
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| CARDINALE PENGO, INGIUSTIZIE GLOBALI NEI CONFRONTI DEL CONTINENTE | ||
| Chiesa e Missione, Standard | ||
“L’Africa non è più un continente emarginato, dal punto di vista politico. Il ruolo dell’Africa nello sviluppo economico, però, rimane marginale. Questa è un’ingiustizia a livello globale. Il dibattito attuale sugli accordi di partenariato economico (Ape o Epa, secondo l’acronimo inglese, ndr) ne è solo un esempio” : sono le parole del cardinale Polycarp Pengo, arcivescovo di Dar es Salaam (Tanzania) e presidente del Comitato permanente del simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Sceam), intervenuto a Johannesburg (Sudafrica) durante la recente conferenza intitolata “Giustizia per i poveri in Africa”. Sulla questione degli Ape, gli accordi commerciali ancora in fase negoziale tra l’Unione europea (UE) e i paesi del blocco Africa-Caraibi-Pacifico (Acp), il porporato ha precisato che “in teoria, mirano a una maggiore liberalizzazione dei mercati. Ma diventeranno un nuovo strumento di dominazione da parte dei potenti produttori occidentali, con effetti deleteri sulla produzione agricola africana, per esempio. La Chiesa ha sempre condannato condizioni di scambi così inique”. La globalizzazione, ha osservato il cardinale Pengo nella sua relazione – pubblicata da Fides – “offre opportunità alle popolazioni africane. I moderni sistemi di comunicazione hanno reso possibile al continente l’accesso al progresso economico e scientifico globale”; tuttavia “molte fasce di popolazione sono ancora sistematicamente escluse dall’accesso basilare alla sfera dei mercati e restano legate a un’economia di sussistenza”. Inoltre, sottolinea il cardinale riferendosi allo sfruttamento delle risorse naturali, spesso energetiche, “il continente è ancora sottoposto a decisioni prese altrove”. Dedicando un paragrafo all’influenza ‘politica’ dell’Africa, monsignor Pengo constata che “gli interventi internazionali in aree di crisi africane sono sempre più lenti che in altre parti del mondo. Le vite degli africani – si chiede – sono forse meno importanti delle altre? Dopo tutto, non sono uccise da armi fabbricate fuori dal continente?”[CC]
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Gennaio 14, 2008
Immigrato gettato in mare
SUDAFRICA:I poveri sanno lottare…e lottano!
Primavera 2007 / Sud Africa:
I poveri sanno lottare… e lottano!
In queste ultime settimane la repressione si è fatta sentire pesantemente in South Africa.
Più di 10 persone del Kennedy Road Development Committee sono state arrestate in varie retate compiute dalla polizia. L’atto più eclatante si è avuto pochi giorni fa quando sono stati arrestati 5 membri in una volta sola.
La loro colpa è quella di lottare per una vita dignitosa, case, acqua, luce…
Il Kennedy Road Development Committee è uno dei rami più attivi di Abahlali Base Mjondolo (Movimento dei Baraccati), il movimento sociale più forte e significativo qui in South Africa.
In generale l’intero movimento è stato da subito preso d’assalto dalle forze dell’ordine: le loro marce sono state tutte proibite e centinaia di attivisti sono stati arrestati, per essere poi rilasciati appena le accuse si sono dimostrate infondate. Ma quest’ultimo atto violento e repressivo della polizia ci ha lasciati senza parole…
Nove persone sono state arrestate con una falsa accusa di omicidio. Dopo due giorni di protesta davanti alla stazione di polizia, 4 donne sono state rilasciate. I 5 rimanenti hanno deciso di intraprendere uno sciopero della fame che è durato per 11 giorni.
Abahlali Basemjondolo ha così deciso di organizzare una veglia davanti alla stazione di polizia, colpevole di continui atti di violenza e repressione ai danni del movimento. Purtroppo la Veglia davanti alla stazione di polizia è stata proibita, non si sa per quale ragione.
La gente ha iniziato ad arrivare in Kennedy Road verso le 5 del pomeriggio. Sono iniziati subito i canti e i balli. Il morale era altissimo, si pensava che finalmente i senza casa potessero andare a ‘riappropriarsi’ della stazione di polizia. Ma purtroppo non è stato così.
I potenti hanno avuto paura ed hanno inziato a minacciare di arrestare tutti se avessimo provato ad uscire dalla hall di Kennedy Road. A questo punto sono iniziati i negoziati.
La leadership di Kennedy Road ha incontrato il ‘famoso’ sopraintendente Nayager ed alcuni suoi uomini. Sono rimasti chiusi in una stanza sotto la hall per più di due ore.
Nel frattempo Abahlali Basemjondolo ha fatto sentire la sua presenza! E così sono partiti i canti di lotta e i balli e il famoso toy-toy. L’obbiettivo era fare sentire che dentro la stanza dove si stava negoziando non c’era solo la leadership ma una intera comunità che sta soffrendo e lottando per la propria dignità.
Gennaio 10, 2008
ROM: VIOLENZA, PROPAGANDA E DEPORTAZIONE
IL TRIANGOLO NERO
Violenza, propaganda e deportazione.
Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali
contro la violenza su rom, rumeni e donne
La storia recente dell’Italia è un susseguirsi di campagne
d’allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane
suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una
nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando
“emergenze” e additando capri espiatori.
Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida è sicuramente un
uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per
fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella
vita. L’odioso crimine scuote l’Italia, il gesto di altruismo viene
rimosso.