Miriwe78’s Weblog

Aprile 24, 2008

Botta risposta Zanotelli- Ferrara(detto il Ciccione)

Archiviato in: SENZAVOCE, Todo el mundo ... — miriwe @ 8:15 am

 da Nigrizia, spettacolare intervista di alcuni anni fa..

http://www.nigrizia.it/doc.asp?ID=2329

Aprile 18, 2008

Papa in America: Bush, Papa e famiglia

Archiviato in: Todo el mundo ... — miriwe @ 7:46 am
Ratzinger in America: Bush, Papa e famiglia
Tra il pontefice e il presidente Usa, che lo ha accolto ieri in pompa magna, intesa contro aborto e staminali. Ma non su Iraq, Cuba, e pena di morte.
Matteo Bosco Bortolaso
New York
Il presidente degli Stati uniti George W. Bush e Papa Benedetto XVI sono uniti nella lotta alla «dittatura del relativismo» e nella difesa della «vita, il matrimonio e la famiglia». Divisi – anche se con molte sfumature diplomatiche – sui modi di condurre la lotta al terrorismo.
È questo uno dei primi dati politici che emerge dalla visita di Joseph Ratzinger negli Stati uniti. Accogliendo il pontefice alla Casa Bianca, Bush ha dichiarato che gli Usa sono «uno dei Paesi più innovativi, creativi e dinamici sulla terra, ma anche tra i più religiosi». Il presidente ha detto al Papa che gli Usa hanno «bisogno» del suo messaggio di rifiuto della dittatura del relativismo, e accolgono «la cultura della giustizia e della verità». Il pontefice ha ricambiato dicendo di essere venuto negli States «come amico».
Dopo i colloqui privati nell’ufficio ovale, la Santa Sede e l’amministrazione Bush hanno preparato un comunicato congiunto in cui sottolineano l’importanza di alcune tematiche come «la difesa e la promozione della vita, il matrimonio e la famiglia» o «il rifiuto totale del terrorismo, così come della manipolazione della religione per giustificare atti immorali e violenti contro gli innocenti». È interessante leggere un altro passo del comunicato congiunto: durante i colloqui, Bush e Benedetto XVI «si sono soffermati sulla necessità di affrontare il terrorismo con mezzi appropriati che rispettino la persona umana e i suoi diritti». Fuori dal morbido linguaggio della diplomazia, la frase potrebbe alludere a una preoccupazione vaticana per il caso di Abu Ghraib e delle torture inflitte ai membri di al Qaeda, in aperta violazione di quei diritti umani che il pontefice difende e difenderà venerdì, nello storico discorso che pronuncerà alle Nazioni Unite.
Quella del papa tedesco è soltanto la seconda visita di un pontefice alla Casa Bianca: la prima risale a quasi trent’anni fa. Non era mai accaduto che un presidente andasse all’aeroporto ad accogliere il Papa, come ha fatto Bush.
L’incontro dei due leader è stato un momento storico davvero in pompa magna, come di rado si è visto persino nei riguardi delle teste coronate che visitano gli Usa. I lampioni attorno alla residenza presidenziale erano stati addobbati con i colori bianco, rosso e blu della bandiera degli Stati uniti e bianco e giallo del vessillo vaticano. Più di 9 mila persone hanno cantato «happy birthday» al Papa, che compiva 81 anni, prima in maniera spontanea, all’entrata, poi, più formalmente, all’uscita. Boy scout e cavalieri di Colombo hanno riempito le strade di Downtown Washington. Qualche rappresentante della comunità ispanica – che costituisce una fetta importante del cattolicesimo negli Stati uniti – ha gridato «Viva el Papa». Qualcun altro aveva disegnato una torta di cioccolato, con un 81 sopra, su un manifesto. Una torta vera – multipiano – era stata preparata nella sala blu della Casa Bianca. Ieri sera, poi, è stata preparata una cena in onore del pontefice, che però non ha partecipato. La East Room si è comunque riempita di cibo bavarese, in onore del pastore di origini tedesche. Benedetto XVI ha ringraziato i fedeli a stelle e strisce con un vigoroso «God Bless America» a conclusione del suo intervento.
Tutto liscio tra Bush e Benedetto? Ieri, la stampa americana spiegava che i due avevano opinioni simili – e negative – su aborto, matrimonio omosessuale e cellule staminali.
Divergenti, invece, le idee su Iraq, embargo cubano e pena di morte. In effetti però, il comunicato ufficiale, dopo un accenno al Libano, allude solo a una generica e «comune preoccupazione per la situazione in Iraq, in particolare per lo stato precario delle comunità crisitane lì e altrove nella regione».
Un altro argomento atteso in Usa riguardava lo scandalo dei preti pedofili. Già sull’aereo papale, Benedetto XVI aveva detto di «vergognarsi profondamente» per quello che è successo.
Usa: l’iniezione letale «non è crudele»
Il boia può tornare al lavoro. La Corte suprema respinge il ricorso di due condannati sulla incostituzionalità della morte chimica
Nelle stesse ore in cui ieri il papa e George Bush dissertavano di «principi morali» sui quali i governanti devono basare le proprie decisioni, la Corte suprema degli Stati uniti (nella quale cinque giudici su nove sono cattolici) ha respinto con 7 voti contro 2 il ricorso di due condannati a morte del Kentucky contro le esecuzioni effettuate con iniezione letale.
E’ dal settembre scorso che i boia degli Stati americani in cui è in vigore la pena di morte sono rimasti con le siringhe sollevate, in attesa di questa sentenza. Adesso potranno tranquillamente tornare a riprendere la loro attività: iniettare una dopo l’altra le tre sostanze chimiche che combinate danno una morte crudele. Prima il sedativo che stordisce, poi il componente che paralizza tutti i muscoli a eccezione del cuore e infine l’ultima sostanza, che ferma il battito e causa la morte.
Era stato proprio appellandosi al bando imposto dalla Costituzione sulle punizioni crudeli e inusuali che infliggono dolori e sofferenze non necessari, che due condannati a morte erano ricorsi alla Corte. Il supremo organo legislativo, presieduto da John Roberts, scelto e nominato da George Bush, ha motivato la sentanza affermando che i «postulanti» non hanno assolto al compito di dimostrare che quel trattamento, se mal somministrato, costituisce una punizione crudele e inusuale. Di certo manca la prova più inappellabile, quella del condannato che, paralizzato e impossibilitato ad esprimersi, non potrà mai testimoniare sulle proprie, indicibili, per l’appunto, sofferenze.
Amnesty International ha definito la sentenza «inaccettabile» perché, come ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana, «è come se affermi che c’è un modo umano e indolore di mettere a morte una persona».
Gli stati americani che applicano la pena di morte hanno cominciato ad usare il metodo delle tre iniezioni di sostanze chimiche dal 1978, in alternativa agli altri – sedia elettrica, impiccagione, camera a gas, plotone d’esecuzione. Ma in anni recenti si sono verificate in Florida e in California esecuzioni tramite iniezione così mal eseguite che i condannati ci hanno messo 30 minuti a morire.
L’anno scorso le esecuzioni negli Stati uniti hanno registrato il loro minimo storico, 42 , grazie anche al ricorso alla Corte che aveva fatto sospendere le esecuzioni a partire da settembre. Ora i boia potranno recuperare il tempo perduto

Febbraio 15, 2008

U.S.A.: I VERI DEMOCRATICI

Archiviato in: Todo el mundo ... — miriwe @ 11:46 am
«Nessun presidente può lasciare l’Iraq, neppure se si chiamerà Obama»
Intervista a Kurt Volker, il prossimo ambasciatore Usa alla Nato: «Tra i democratici e McCain solo differenze di tono. Russia irresponsabile sul Kosovo»
Sara Menafra
New York
Kurt Volker è tra i principali dirigenti del bureau su Europa ed Eurasia all’interno del Dipartimento di stato americano. Tra sei mesi, poco prima delle presidenziali, diventerà il nuovo ambasciatore americano alla Nato. Guarda lo sviluppo delle primarie dal suo ufficio nel «ministero degli esteri» tenendo sempre a mente che una buona fetta dei cittadini americani non si interessa alla politica nazionale e che «pochissimi», almeno a sentir lui, guardano alla politica estera.
Quali sono le attuali priorità della politica estera americana?
Fino alla guerra fredda, ma anche durante gli anni ‘90, Europa e Balcani erano centrali. Dopo l’11 settembre, l’agenda di Usa e Ue riguarda il mondo, non le nostre reciproche relazioni. Questo non vuol dire che nei precedenti ottant’anni avessimo finito il lavoro. Non eravamo riusciti a stabilire la democrazia nei Balcani e nel Caucaso, ad esempio. Ora abbiamo davanti un’era diversa, in cui anche il Kosovo sarà un problema centrale. Fortunatamente possiamo contare sull’appoggio dei cittadini americani, che sostengono la nostra politica estera salvo alcuni problemi sull’immmigrazione e sulla guerra in Iraq.
Obama ha messo il ritiro delle truppe dall’Iraq tra le priorità della sua campagna, e lo stesso ha fatto Hillary Clinton. Non crede che se uno dei due verrà eletto presidente la politica estera americana cambierà?
Non credo che Obama e Clinton possano realmente affermare che lasceranno l’Iraq. Tra McCain e Obama c’è semplicemente una differenza di tono: entrambi promettono che la strategia sarà rivista. Inoltre, ormai i cittadini americani non sembrano essere particolarmente interessati ai destini della guerra in Iraq.
Come vanno le relazioni con la Russia? Avete avuto alcuni problemi sul progetto di «scudo spaziale» e anche sulla questione del Kosovo…
Lo scudo spaziale nella Repubblica Ceca non riguarda la Russia. Per intercettare i missili provenienti dal Medio oriente non si può far altro che costruire un sistema missilistico che attraversi la Repubblica Ceca e una parte della Polonia entro i prossimi cinque o sei anni. Sul Kosovo, la Russia ha avuto un comportamento irresponsabile. Con loro abbiamo avuto problemi su questo e altri temi, ma non siamo interessati a scontrarci.
Dunque per il Kosovo l’unica strada è l’indipendenza?
Non possiamo restituirlo alla Serbia, se non a costo di nuove violenze, e non possiamo amministrare l’area in modo perpetuo. Non resta che l’indipendenza.
Non crede che sia proprio l’«aggressività» della politica estera americana a creare problemi nelle relazioni con l’Europa?
Se dovessimo sempre aspettare il consenso del mondo, non accadrebbe mai nulla. Cerchiamo il consenso, ma siamo disposti a fare da soli e questa scelta ci porta ad essere apprezzati dai nostri cittadini. Chiaramente abbiamo alcune questioni aperte, in particolare su Palestina, Iraq, Guantanamo e il tema dei cambiamenti climatici. Sono questi i temi che ci fanno apparire i «cattivi» agli occhi del mondo, anche quando i fatti sembrerebbero dimostrare che abbiamo ragione. Sul tema dell’inquinamento, ad esempio, abbiamo rifiutato il protocollo di Kyoto e non siamo interessati ad altri accordi internazionali che rischiano di non risolvere il problema. Ma nel 2007, la crescita economica Usa e’ stata del 2,9% e l’aumento delle emissioni solo dell’1,5%. Eppoi da tempo abbiamo deciso di chiudere il carcere di Guantanamo, se non ci siamo riusciti è perché nessuno sembra rivolere indietro i prigionieri.

Blog su WordPress.com.